Tra i testi rituali della Mesopotamia antica pochi sono così compatti e drammatici come Maqlû, parola accadica che significa «rogo» o «bruciatura». È il nome di una lunga serie di incantesimi e istruzioni rituali pensata per una sola cosa: individuare, neutralizzare e restituire al mittente l'opera di una strega o di uno stregone. Per chi studia la storia della magia è un documento prezioso, perché mostra come una civiltà altamente organizzata trattava il timore del maleficio con gli strumenti della liturgia, della scrittura e del fuoco.
Che cos'è la serie Maqlû
La serie, nella forma canonica giunta fino a noi soprattutto da copie del I millennio a.C., è composta da otto tavolette di incantesimi e da una nona tavoletta rituale, che spiega in modo sintetico quali gesti accompagnano ciascuna formula. Gli assiriologi hanno ricostruito il testo lavorando su molti frammenti provenienti da diverse biblioteche, in particolare da quella di Ninive.
Il protagonista umano del rito è l'āšipu, l'esorcista professionista, che agisce in favore di una persona convinta di essere vittima di malie. La strega (in accadico kaššaptu) e lo stregone (kaššāpu) non sono quasi mai identificati per nome: sono figure anonime, accusate di aver usato figurine, cibo, acqua, polvere e parole per legare la vittima.
Una notte intera di rito
La tavoletta rituale lascia capire che Maqlû si celebrava nel corso di una sola notte, fino all'alba, nel mese di Abu, che nel calendario mesopotamico cadeva in piena estate ed era associato al ritorno degli spiriti dei defunti. Il rito non era un gesto rapido, ma una sequenza scandita da tappe:
- l'invocazione degli dèi della notte e degli astri, chiamati a testimoni;
- la convocazione simbolica della strega davanti al tribunale divino;
- la fabbricazione e la distruzione delle sue immagini;
- la purificazione del cliente con acqua e sostanze aromatiche;
- la chiusura all'alba, quando la luce del sole sancisce la vittoria.
Questa struttura ha fatto pensare a molti studiosi a un vero processo: la strega viene accusata, giudicata e condannata davanti a divinità come Šamaš, il Sole, signore della giustizia, e Girra o Gibil, il dio del fuoco.
Le figurine e il fuoco
Il cuore del rito è l'uso di figurine che rappresentano la strega e lo stregone. Le fonti menzionano immagini di argilla, di sego, di cera, di bitume, di pasta e di altri materiali. Le figurine venivano legate, trafitte, coperte di sostanze, e soprattutto gettate nel fuoco. Molte formule si rivolgono direttamente al dio del fuoco, con invocazioni del tipo:
«Brucia, Girra, la mia strega e il mio stregone…»
L'idea di fondo è un principio di reciprocità: ciò che la strega ha fatto contro la vittima ritorna su di lei. Se ha modellato un'immagine della vittima, ora è la sua immagine a sciogliersi; se ha legato, ora è lei a essere legata. È una forma di magia «di risposta», non di aggressione: nel linguaggio della serie, chi la celebra si dichiara innocente e chiede soltanto che il male torni da dove è venuto.
Le parole come arma
Le otto tavolette contengono decine di incantesimi, spesso costruiti con ripetizioni, elenchi e formule ritmiche. Alcuni tratti ricorrenti:
- elenchi di azioni malefiche attribuite alla strega: ha preso la polvere dei piedi della vittima, ha mescolato qualcosa nel suo cibo, ha pronunciato parole contro di lei;
- identificazione dell'esorcista con gli dèi: l'āšipu dichiara di agire per conto di Ea e di Marduk, così che le sue parole non sono sue ma divine;
- immagini cosmiche: il cielo, la terra, i fiumi e le montagne vengono chiamati a sigillare il destino della strega;
- formule di chiusura che dichiarano l'incantesimo «non mio, ma degli dèi».
Il linguaggio è vivido e ostile, ma mantiene sempre una cornice giuridica: chi parla non si presenta come aggressore, bensì come parte lesa che chiede giustizia.
Il contesto storico
Maqlû non era magia clandestina. Al contrario, apparteneva al sapere ufficiale degli esorcisti, figure colte che studiavano a lungo testi canonici. La stregoneria, nella visione mesopotamica, era un crimine riconosciuto: già il Codice di Hammurabi, nel suo secondo articolo, prevede una procedura per chi accusa un altro di stregoneria, affidando la decisione alla prova del fiume.
Questo dice molto: la magia «buona» dell'esorcista e quella «cattiva» della strega non erano distinte dalla tecnica, perché entrambe usavano figurine, parole e sostanze. Le distingueva la legittimità: l'una era pubblica, regolata e rivolta alla protezione; l'altra era segreta e rivolta al danno.
Che cosa ci insegna oggi
Leggere Maqlû come documento storico significa entrare in un mondo in cui paura, giustizia e sacro erano intrecciati. La serie mostra:
| Elemento | Funzione simbolica |
|---|---|
| Notte | tempo delle forze nascoste e del giudizio divino |
| Fuoco | purificazione e distruzione del male |
| Figurina | presenza della strega resa visibile e giudicabile |
| Alba | ritorno dell'ordine e della luce |
Nello studio della tradizione, come si fa nell'Officina Ermetica dello Studio Esoterico Cornelio, questi testi interessano non per essere imitati, ma per comprendere una delle prime grandi «grammatiche» rituali della storia, in cui il timore viene trasformato in procedura, linguaggio e simbolo.
In sintesi
- Maqlû, «rogo», è una serie mesopotamica di otto tavolette di incantesimi più una tavoletta rituale.
- Il rito durava una notte, nel mese di Abu, ed era guidato dall'āšipu in favore di una vittima di malie.
- Figurine della strega e dello stregone venivano legate e bruciate secondo un principio di reciprocità.
- La struttura richiama un processo davanti a Šamaš e al dio del fuoco.
- La stregoneria era un crimine riconosciuto, già citato nel Codice di Hammurabi.