Fra i tesori religiosi di Roma, nessuno era custodito con tanta cura quanto i Libri Sibillini. Erano una raccolta di oracoli in lingua greca che nessun privato poteva leggere e che venivano aperti solo per ordine del senato, nei momenti in cui la città sembrava minacciata da forze che sfuggivano al controllo umano. Per secoli, quei rotoli furono una sorta di riserva sacra a cui Roma attingeva per ristabilire l'accordo con gli dèi.
La leggenda dell'acquisto
L'origine dei libri era raccontata con una storia celebre, riportata da autori come Dionigi di Alicarnasso e Aulo Gellio. Una donna anziana e sconosciuta si presentò al re Tarquinio offrendogli nove libri di profezie a un prezzo altissimo. Il re rifiutò, ritenendo la richiesta assurda.
La donna bruciò allora tre libri e offrì i sei rimasti allo stesso prezzo. Il re rifiutò di nuovo. Lei ne bruciò altri tre e propose gli ultimi tre, sempre al prezzo iniziale. Colpito da tanta ostinazione, Tarquinio consultò gli àuguri, che gli consigliarono di comprarli. La donna, identificata con una Sibilla, scomparve subito dopo.
La storia esprime un'idea profonda: il sapere sacro non si contratta, e chi lo rifiuta finisce per riceverne di meno.
Dove erano custoditi
I libri furono collocati nel tempio di Giove Capitolino, il cuore religioso della città, in un locale sotterraneo, chiusi in una cassa di pietra. La loro custodia fu affidata a un collegio sacerdotale speciale, il cui numero di membri crebbe nel tempo:
| Fase | Collegio |
|---|---|
| Origini | Duoviri sacris faciundis, due membri |
| IV secolo a.C. | Decemviri, dieci membri, metà dei quali plebei |
| Età di Silla | Quindecemviri, quindici membri |
Il nome del collegio, «addetti al compimento dei riti sacri», indica il loro compito: non solo custodire i libri, ma tradurre i responsi in azioni rituali concrete.
Come si consultavano
I libri non venivano letti per conoscere il futuro. Si aprivano quando accadevano prodigi inquietanti: pestilenze, terremoti, nascite mostruose, fulmini sul Campidoglio, sconfitte militari gravi. Il prodigio era interpretato come un segno della rottura della pax deorum, la pace fra la città e gli dèi.
La procedura era rigorosa:
- il senato decretava la consultazione;
- i sacerdoti custodi cercavano nei libri il passo pertinente;
- riferivano al senato il rimedio indicato, di solito un rito, un sacrificio o l'introduzione di un nuovo culto;
- il senato decideva se e come attuarlo.
Il contenuto esatto dei passi restava segreto: al popolo si comunicava solo ciò che si doveva fare.
I nuovi dèi venuti dai libri
L'aspetto più notevole dei Libri Sibillini è che spesso indicavano di accogliere divinità straniere. Così furono introdotti a Roma alcuni culti destinati a grande fortuna:
- il culto di Esculapio, portato da Epidauro all'inizio del III secolo a.C., con un santuario sull'isola Tiberina;
- il culto della Magna Mater, la Grande Madre frigia, la cui pietra sacra fu portata da Pessinunte negli ultimi anni della guerra contro Annibale;
- riti di origine greca come i banchetti offerti alle statue degli dèi, detti lectisternia.
In questo senso i libri furono uno strumento di apertura religiosa, controllata dallo Stato.
Versi e acrostici
Cicerone, nel De divinatione, osserva che i versi sibillini erano composti con cura, tanto da contenere acrostici, cioè frasi formate dalle lettere iniziali dei versi. Per lui questo dimostrava che si trattava di un'opera d'arte meditata, non del delirio di una profetessa. È uno dei pochi dati che abbiamo sulla forma dei testi.
L'incendio e la ricostruzione
Nell'83 a.C. il tempio di Giove Capitolino bruciò e i Libri Sibillini andarono distrutti. Il senato inviò allora delle ambascerie in varie città del mondo greco, in particolare a Eritre, in Asia Minore, per raccogliere oracoli sibillini da sostituire a quelli perduti.
Più tardi Augusto fece esaminare questa nuova raccolta, scartò i testi considerati spuri e collocò quelli ritenuti autentici in custodie dorate sotto la base della statua di Apollo, nel tempio del dio sul Palatino.
La fine
I libri sopravvissero fino all'inizio del V secolo. Secondo il poeta Rutilio Namaziano, fu il generale Stilicone a farli bruciare, gesto che il poeta, fedele alla religione tradizionale, considerava un sacrilegio contro il destino stesso di Roma.
Non vanno confusi con gli Oracula Sibyllina giunti fino a noi, una raccolta di testi profetici di ambiente ebraico e cristiano, composta in un contesto diverso.
In sintesi
- I Libri Sibillini erano oracoli in greco acquistati, secondo la leggenda, da Tarquinio presso una Sibilla.
- Erano custoditi nel tempio di Giove Capitolino da un collegio che divenne quello dei quindecemviri.
- Si consultavano solo per decreto del senato, in caso di prodigi, per trovare il rito riparatore.
- Su loro indicazione Roma accolse culti come quelli di Esculapio e della Magna Mater.
- Distrutti nell'83 a.C., furono ricostituiti, trasferiti da Augusto sul Palatino e infine bruciati da Stilicone.