Nel diritto romano non esisteva, almeno all'inizio, un reato chiamato semplicemente «magia». Esisteva però una parola dal significato ambiguo, veneficium, che poteva indicare tanto l'avvelenamento quanto l'uso di filtri e di pratiche occulte. Attorno a questa parola si costruì, nel corso di quattro secoli, una vera e propria legislazione contro le arti magiche. Il suo punto di partenza è una legge dell'età di Silla.
La legge di Silla
Nell'81 a.C., durante la dittatura di Lucio Cornelio Silla, fu approvata la lex Cornelia de sicariis et veneficis, la legge Cornelia sugli assassini e sugli avvelenatori. Era una legge di riordino della giustizia penale: istituiva un tribunale permanente e puniva chi uccideva, chi andava in giro armato con l'intenzione di uccidere e chi preparava, vendeva o somministrava veleni.
La legge non nominava esplicitamente i maghi. Ma il termine venenum era scivoloso. I giuristi romani stessi lo notavano: esistevano un venenum bonum, il farmaco che cura, e un venenum malum, la sostanza che uccide. E fra le due categorie stavano le pozioni d'amore, gli unguenti, i preparati di cui nessuno sapeva bene la natura.
Dal veleno all'incantesimo
Per un Romano, la differenza fra avvelenare e stregare non era evidente come per noi. Entrambe le cose agivano in segreto, a distanza, attraverso qualcosa che la vittima non vedeva. Il veneficus era colui che nuoceva con mezzi nascosti, che si trattasse di un'erba o di una formula.
Fu così che, a poco a poco, la lex Cornelia divenne la base giuridica per perseguire anche le pratiche magiche. Non fu necessaria una nuova legge: bastò che giuristi e magistrati estendessero l'interpretazione della vecchia.
Il primo impero: astrologi e maghi espulsi
Nel corso del I secolo d.C. la questione assunse anche un forte colore politico. Tacito, negli Annali, racconta che nel 16 d.C. il giovane senatore Marco Scribonio Libone Druso fu accusato di aver consultato astrologi e maghi su questioni che riguardavano il potere imperiale. Dopo la sua morte il senato decretò l'espulsione dall'Italia di astrologi e maghi; due di loro furono messi a morte.
Qui il timore non era tanto il danno a un privato, quanto la possibilità che qualcuno interrogasse le stelle o gli spiriti sulla morte del principe. La divinazione privata sul destino dell'imperatore diventò un sospetto di congiura.
Le Sentenze di Paolo
Il documento più esplicito arriva più tardi, con le Pauli Sententiae, una raccolta di massime giuridiche attribuite al grande giurista Giulio Paolo, ma compilata probabilmente intorno al 300 d.C. Nel commento alla lex Cornelia, il testo elenca una serie di casi che mostrano quanto il concetto si fosse ormai allargato.
Le norme principali si possono riassumere così:
- chi celebra riti empi o notturni per incantare, legare o vincolare qualcuno è punito con la morte;
- chi è complice dell'arte magica subisce l'estrema punizione;
- i maghi stessi sono condannati a essere bruciati vivi;
- a nessuno è lecito possedere libri di arte magica: se trovati, vengono bruciati pubblicamente e il proprietario è punito;
- chi somministra pozioni d'amore, anche senza intenzione di nuocere, è punito perché il gesto costituisce un cattivo esempio.
Le pene diverse per ceto
Un aspetto tipico del diritto penale romano di quest'epoca è la distinzione fra honestiores e humiliores, i cittadini di rango elevato e quelli di condizione modesta. Per lo stesso reato le pene variavano molto.
| Ceto | Pena tipica per i libri magici |
|---|---|
| Honestiores | Deportazione su un'isola e confisca dei beni |
| Humiliores | Pena capitale |
La stessa logica valeva per le pozioni d'amore: per i più umili la condanna alle miniere, per i notabili la relegazione con perdita di una parte del patrimonio. Se la persona che aveva ricevuto la pozione moriva, la pena diventava capitale per tutti.
La paura dei libri
Il divieto di possedere testi magici merita attenzione. Non si puniva solo l'atto, ma la conoscenza conservata per iscritto. Il libro era considerato pericoloso in sé, perché permetteva a chiunque di ripetere formule e procedure. Non a caso molti testi magici antichi ci sono arrivati solo in forma frammentaria, o grazie a ritrovamenti casuali nella sabbia d'Egitto.
È lo stesso timore che, secoli dopo, accompagnerà la storia dei grimori in Europa: il sapere segreto diventa sospetto proprio perché si può trasmettere.
Uno sguardo d'insieme
La parabola della lex Cornelia mostra come una norma nata contro gli assassini sia diventata, per estensione progressiva, lo strumento principale contro la magia nel mondo romano. Il passaggio fu reso possibile da una visione in cui veleno, filtro e incantesimo appartenevano alla stessa famiglia di pericoli invisibili. Comprendere questa visione aiuta a leggere le fonti antiche senza proiettarvi categorie moderne.
In sintesi
- La lex Cornelia de sicariis et veneficis fu approvata nell'81 a.C. sotto Silla contro assassini e avvelenatori.
- Il termine veneficium comprendeva veleni, filtri e pratiche occulte, e permise di estendere la legge alla magia.
- Nel 16 d.C., dopo il caso di Libone Druso, astrologi e maghi furono espulsi dall'Italia.
- Le Sentenze di Paolo puniscono riti notturni, maghi, possesso di libri magici e pozioni d'amore.
- Le pene variavano fortemente fra honestiores e humiliores.