Fra i gesti rituali più antichi e più diffusi c'è quello di modellare una piccola figura che rappresenta qualcuno e di agire su di essa. Nel mondo greco queste immagini avevano un nome preciso: kolossoi. Il termine, che oggi associamo alle statue gigantesche, in origine indicava semplicemente una figura sostitutiva, un doppio. L'archeologia e le fonti letterarie ci permettono di seguire questa pratica dall'età arcaica alla tarda antichità, e di capire che non serviva solo a nuocere.
Il doppio: un'idea antica
Per la mentalità antica un'immagine non era solo una rappresentazione: poteva fare le veci della persona o della cosa raffigurata. Questo principio, che gli antropologi moderni hanno chiamato magia simpatica o «per somiglianza», attraversa culture molto diverse. Nel mondo greco lo troviamo applicato in contesti sorprendentemente variati: giuramenti pubblici, riti funebri, protezione di una comunità e, certo, anche maledizioni.
Il giuramento dei fondatori di Cirene
Una delle testimonianze più chiare viene da un'iscrizione di Cirene, la colonia greca in Libia. Il testo, inciso in età ellenistica ma presentato come copia di un accordo molto più antico, riporta il giuramento dei coloni partiti dall'isola di Tera. Secondo l'iscrizione, i partecipanti modellarono figure di cera e le bruciarono, invocando che chiunque avesse violato il giuramento si sciogliesse e si consumasse come quelle immagini, lui e la sua discendenza.
Qui la figura non colpisce un nemico preciso: è una garanzia collettiva. Chi giura accetta in anticipo di essere rappresentato da quella cera, se mai tradirà la comunità.
Le figure di piombo di Atene
Ad Atene, nel quartiere del Ceramico e in altri siti dell'Attica, gli archeologi hanno trovato piccole figure di piombo, spesso con le mani legate dietro la schiena o con gli arti contorti, talvolta chiuse in minuscole «bare» di piombo con il coperchio inciso. In alcuni casi sulle figure o sui contenitori sono scritti nomi di persone, a volte riconoscibili come cittadini coinvolti in processi. Sono strettamente legate alle defixiones: il corpo legato della figura rende visibile il «legare» che il testo esprime a parole.
Platone e le figure di cera
La pratica era abbastanza diffusa da preoccupare i filosofi. Nelle Leggi, Platone menziona le figure di cera poste sulle porte, ai crocicchi o sulle tombe dei genitori, e osserva che suscitano paura nelle persone. La sua proposta è di punire chi pratica questi riti con l'intenzione di nuocere, distinguendo però fra il caso del medico e quello dell'indovino o dell'incantatore. Il passo è importante: mostra che già nel IV secolo a.C. la figura magica era un problema anche legale e sociale.
La statuetta del Louvre
Il reperto più famoso è una piccola figura femminile in argilla conservata al museo del Louvre, proveniente dall'Egitto e datata generalmente al III-IV secolo d.C. Rappresenta una donna inginocchiata con le mani e i piedi legati dietro la schiena, trafitta da tredici aghi di bronzo: negli occhi, nelle orecchie, nella bocca, nel petto, nelle mani, nei piedi e in altre parti del corpo.
La statuetta fu trovata dentro un vaso di terracotta insieme a una lamina di piombo iscritta. Il testo è una formula d'amore vincolante, rivolta a potenze infere e allo spirito di un defunto, in cui un uomo chiede che una donna, indicata con il nome della madre, sia legata a lui. Particolare decisivo: la procedura corrisponde quasi alla lettera a una ricetta conservata nel grande papiro magico di Parigi, che prescrive di modellare due figure, di trafiggerne una con tredici aghi pronunciando frasi precise e di deporre il tutto presso la tomba di chi è morto prematuramente.
È uno dei rari casi in cui possediamo sia la ricetta sia l'oggetto realizzato, e permette di vedere come i manuali venissero davvero usati.
Figure protettive
Non tutte le figure servivano a legare. Nelle fonti greche e romane compaiono immagini apotropaiche poste a guardia delle case e delle città, e nei papiri si trovano istruzioni per figurine di divinità da custodire in un tempietto domestico come protezione. Lo stesso gesto di modellare un doppio poteva dunque servire a proteggere, a garantire un patto, a ricordare un defunto o, nella sua forma più oscura, a vincolare.
Una chiave di lettura
Le figurine ci dicono molto su come gli antichi pensavano il rapporto fra immagine e realtà. Il mondo era percorso da corrispondenze, e ciò che si faceva al simbolo si riteneva risuonasse sull'originale. Nell'Officina Ermetica dello Studio Esoterico Cornelio questo principio è studiato come chiave di lettura della mentalità antica e del linguaggio simbolico, non come pratica da imitare.
In sintesi
- I kolossoi erano figure sostitutive, doppi rituali di persone o di comunità.
- A Cirene figure di cera bruciate garantivano il giuramento dei fondatori.
- Ad Atene figure di piombo legate e chiuse in piccole bare accompagnavano le defixiones.
- Platone nelle Leggi cita le figure di cera e propone di punirne l'uso dannoso.
- La statuetta del Louvre, trafitta da tredici aghi, corrisponde a una ricetta del grande papiro di Parigi.