Chi apre per la prima volta un papiro magico greco o una tavoletta di maledizione resta colpito da lunghe sequenze di parole che non appartengono a nessuna lingua conosciuta: ablanathanalba, akrammachamarei, sesengenbarpharanges. Gli studiosi le chiamano voces magicae, «voci magiche», o con espressione greca onomata barbara, «nomi barbari». Accanto a esse esiste un gruppo più antico e più celebre di formule, le Ephesia grammata, le «lettere efesie». Capire che cosa fossero aiuta a entrare nella logica profonda della magia antica.
Le Ephesia grammata
Le fonti antiche tramandano un piccolo gruppo di sei parole, con qualche variante: askion, kataskion, lix, tetrax, damnameneus, aision. Il nome deriva dalla tradizione secondo cui sarebbero state scritte sulla statua di Artemide a Efeso, uno dei santuari più venerati del mondo greco. Che si trovassero davvero sulla statua non è documentato, ma il legame con Efeso era già un luogo comune per gli autori antichi.
Le Ephesia grammata non sono un'invenzione tarda. Compaiono già in età classica: una laminetta di piombo trovata a Falasarna, a Creta, e datata al IV secolo a.C., contiene un testo in esametri che le utilizza come formula di protezione. Plutarco riferisce che i magi consigliavano a chi era tormentato da spiriti di recitarle; altri autori le ricordano come parole pronunciate per allontanare il male o da portare scritte addosso.
Già nell'antichità si tentò di interpretarle. Alcuni grammatici e autori cristiani proposero significati allegorici: askion come oscurità, kataskion come luce, lix come terra, tetrax come l'anno con le sue quattro stagioni, damnameneus come il sole, aision come la verità. Queste letture sono interessanti come storia dell'interpretazione, ma non c'è prova che corrispondano al senso originale.
Le voces magicae dei papiri
Nell'età imperiale il repertorio si allarga enormemente. I papiri e le gemme magiche mostrano diverse famiglie di parole:
- nomi divini stranieri, spesso di origine ebraica: Iao, Sabaoth, Adonai, Eloai;
- nomi egizi deformati, come epiteti di Osiride o di Ra trascritti in greco;
- parole costruite, come Abrasax o Abraxas;
- palindromi, che si leggono uguali nei due sensi;
- serie di vocali, disposte secondo schemi precisi.
Abrasax e il numero 365
Il caso più famoso è Abrasax. In greco ogni lettera aveva anche un valore numerico, e la somma delle lettere di ΑΒΡΑΣΑΞ dà esattamente 365:
Α Β Ρ Α Σ Α Ξ
1 + 2 + 100 + 1 + 200 + 1 + 60 = 365
Il numero dei giorni dell'anno trasformava il nome in un'immagine del tempo cosmico. Il procedimento, detto isopsefia, era usato anche per altri nomi; lo stesso valore si ottiene con Meithras, scritto in una certa grafia greca, e il confronto fu notato già dagli antichi. Il nome compare spesso sulle gemme accanto alla figura dell'Anguipede, il dio con testa di gallo e gambe di serpente.
Palindromi e figure di parole
Ablanathanalba è un palindromo perfetto, e lo stesso vale per molte altre formule. Nei papiri queste parole venivano spesso scritte in forma di triangolo, togliendo una lettera a ogni riga, oppure a forma di ala o di grappolo. Lo schema decrescente accompagnava l'idea che anche il male, come la parola, dovesse rimpicciolire fino a scomparire. Lo stesso principio sopravvisse a lungo: la celebre parola abracadabra è attestata per la prima volta in un'opera latina tarda attribuita a Quinto Sereno Sammonico, proprio disposta a triangolo.
Il canto delle vocali
Le sette vocali greche, α ε η ι ο υ ω, avevano un ruolo speciale. Erano messe in rapporto con i sette pianeti e con le sfere celesti. Nei papiri si trovano lunghe sequenze di vocali ripetute e permutate, a volte con l'indicazione di pronunciarle rivolti a un punto cardinale preciso. Si trattava, con ogni probabilità, di un vero canto rituale, nel quale il suono stesso era considerato un'eco dell'armonia cosmica di tradizione pitagorica.
Perché parole incomprensibili?
La domanda è legittima. Le risposte degli antichi sono istruttive. Il filosofo Giamblico, nel trattato sui misteri, sostiene che i nomi «barbari» non vanno tradotti, perché la loro forza risiede nel suono originale e non nel significato concettuale. Anche il Corpus Hermeticum afferma che la lingua egizia perde la sua energia quando viene resa in greco. L'idea di fondo è che esista un linguaggio degli dèi, più antico delle lingue umane, e che il rito consista nel parlarlo.
Dal punto di vista storico, queste parole funzionavano anche come marcatori di alterità: segnalavano che chi parlava si stava muovendo fuori dal linguaggio quotidiano, in uno spazio sacro.
In sintesi
- Le Ephesia grammata sono sei parole antiche legate ad Artemide di Efeso, attestate già nel IV secolo a.C.
- Le voces magicae dei papiri comprendono nomi divini stranieri, parole costruite, palindromi e sequenze di vocali.
- Abrasax vale 365 secondo il sistema numerico greco e simboleggia l'anno cosmico.
- Le formule a triangolo, da cui deriva anche abracadabra, esprimevano l'idea di far svanire il male.
- Per Giamblico e gli ermetici, il valore di questi nomi stava nel suono e non nella traduzione.