Quando si parla di «magia» in Mesopotamia si rischia di immaginare figure marginali, guaritori di villaggio o maghi solitari. Le fonti cuneiformi raccontano invece una storia diversa. Il protagonista della magia rituale babilonese e assira è l'āšipu (talvolta chiamato anche mašmaššu), un professionista colto, legato ai templi e talvolta alla corte, che studiava per anni un corpus di testi canonici. Conoscerlo significa capire come la magia potesse essere, nel mondo antico, una scienza ufficiale.
Un mestiere di scuola
L'āšipu apparteneva alla cerchia degli scribi-studiosi (ummânū), insieme all'indovino (bārû), al cantore dei lamenti (kalû), all'astrologo e ad altre figure specializzate. La formazione passava per la copia e lo studio di tavolette, e molte copie giunte fino a noi portano colofoni con il nome dello studente, del padre e del maestro. Erano spesso famiglie di esorcisti a tramandare il sapere da una generazione all'altra.
Nelle lettere degli studiosi ai re assiri del VII secolo a.C., in particolare ad Assarhaddon e ad Assurbanipal, gli esorcisti compaiono come consiglieri che indicano quali riti eseguire, quando e con quali precauzioni. Non erano figure nascoste, ma funzionari del sacro.
Il «Manuale dell'esorcista»
Uno dei documenti più preziosi per conoscere questo mestiere è il cosiddetto «Manuale dell'esorcista», una tavoletta che elenca le serie e i testi che un āšipu doveva padroneggiare. È in pratica un programma di studi. Vi compaiono, tra gli altri:
- le grandi serie di esorcismo contro i demoni, come Utukkū lemnūtu;
- Maqlû e Šurpu, i riti della «bruciatura»;
- riti di purificazione della casa e del tempio;
- rituali apotropaici per allontanare il male annunciato dai presagi;
- testi per la consacrazione delle statue divine;
- la grande serie diagnostica Sakikkû.
Il Manuale attribuisce l'organizzazione di parte di questo sapere a Esagil-kin-apli, uno studioso babilonese vissuto sotto il re Adad-apla-iddina, nell'XI secolo a.C. È una delle rare occasioni in cui un'opera del sapere mesopotamico viene associata a un nome preciso.
L'āšipu e l'asû
Le fonti distinguono l'āšipu da un'altra figura, l'asû. Spesso si traducono i due termini con «esorcista» e «medico», ma la distinzione moderna è troppo netta. Entrambi lavoravano accanto al sofferente, entrambi usavano parole e sostanze. In linea generale:
| Figura | Ambito prevalente | Strumenti tipici |
|---|---|---|
| āšipu | cause invisibili: demoni, colpe, maledizioni | incantesimi, riti, figurine, purificazioni |
| asû | cura pratica del corpo | preparati, impacchi, bende |
Nella visione mesopotamica una sofferenza poteva avere insieme una causa naturale e una causa sacra. L'āšipu si occupava soprattutto della seconda: individuava quale dio fosse adirato, quale demone fosse presente, quale giuramento fosse stato infranto. È importante leggere queste fonti come storia delle idee, non come indicazioni pratiche: descrivono un modo di pensare il mondo, non un sapere da applicare.
Gli strumenti del rito
Il lavoro dell'āšipu si fondava su tre elementi:
- la parola, cioè l'incantesimo, spesso in sumerico e accadico, recitato con formule fisse;
- il gesto, come aspergere acqua, tracciare cerchi di farina, legare e sciogliere nodi;
- la materia, cioè figurine, piante, resine, acqua del fiume, fuoco.
Molti incantesimi terminano con una frase che dichiara che le parole non appartengono all'esorcista ma agli dèi Ea e Asalluhi, poi identificato con Marduk. L'āšipu si presentava così come portavoce, non come autore. È un tratto che ritroveremo in molte tradizioni magiche successive: il potere del rito deriva da un'autorità superiore, non dalla persona.
Dove lavorava l'esorcista
L'āšipu era presente in molti momenti della vita pubblica e privata:
- nella casa del sofferente, per i riti di protezione e purificazione;
- nel tempio, per la consacrazione e la «apertura della bocca» delle statue divine;
- a corte, accanto al re, quando un presagio annunciava pericoli;
- nei cantieri, per proteggere le fondazioni degli edifici.
Questa varietà mostra che l'esorcismo non era solo una risposta a una crisi individuale, ma una vera tecnologia rituale al servizio dell'ordine cosmico e sociale.
Un modello per la storia della magia
La figura dell'āšipu aiuta a correggere un pregiudizio diffuso, quello per cui la magia sarebbe sempre stata il contrario della religione ufficiale. In Mesopotamia la magia legittima era parte integrante della religione, insegnata nelle scuole e praticata da specialisti rispettati. La magia condannata era quella della strega: segreta, privata, rivolta al danno.
Nello studio che si coltiva presso lo Studio Esoterico Cornelio, questa distinzione fra sapere rituale pubblico e pratica occulta resta una chiave preziosa per leggere l'intera storia dell'esoterismo occidentale.
In sintesi
- L'āšipu era l'esorcista professionista di Babilonia e Assiria, formato in scuole di scribi.
- Il «Manuale dell'esorcista» elenca le serie che doveva conoscere, da Maqlû a Utukkū lemnūtu.
- Parte di questo sapere è attribuita allo studioso Esagil-kin-apli, dell'XI secolo a.C.
- L'āšipu si occupava delle cause sacre della sofferenza, l'asû della cura pratica.
- Lavorava in case, templi, corte e cantieri, come specialista del rito legittimo.