Fra tutte le tecniche divinatorie della Mesopotamia, quella che godeva del prestigio più alto era l'estispicina, cioè l'esame delle viscere di un animale sacrificato, e in particolare l'epatoscopia, la lettura del fegato. Re e generali vi ricorrevano prima di una battaglia, della costruzione di un tempio o della nomina di un funzionario. Per i Babilonesi non era un gioco di interpretazione: era il modo in cui gli dèi scrivevano la loro risposta nel corpo dell'animale.
Il bārû, l'indovino
Lo specialista di questa tecnica era il bārû, termine che significa all'incirca «colui che osserva». Come l'esorcista, il bārû era uno studioso formato su testi canonici. Il suo lavoro richiedeva purezza rituale, conoscenza delle preghiere e una memoria enorme di presagi già registrati.
Le divinità invocate erano Šamaš, il Sole, giudice che vede tutto, e Adad, il dio della tempesta. Le fonti li chiamano i «signori della divinazione». Prima del sacrificio, il bārû pronunciava una preghiera e poneva una domanda precisa, spesso formulata in modo da ottenere una risposta sì o no.
Le domande al Sole
Dall'Assiria del VII secolo a.C. ci è giunto un gruppo di testi noti come domande al dio Sole, redatti per i re Assarhaddon e Assurbanipal. Hanno una struttura fissa:
- si nomina il dio e si pone la domanda, per esempio se un certo nemico attaccherà una città entro un certo periodo;
- si chiede di ignorare eventuali errori rituali, come un abito impuro o una parola sbagliata;
- si registrano le osservazioni sul fegato e sugli altri organi;
- si conclude con il giudizio, favorevole o sfavorevole.
Questi testi mostrano l'epatoscopia come uno strumento di governo, usato per prendere decisioni politiche e militari.
La mappa del fegato
Il fegato dell'agnello veniva diviso in zone, ciascuna con un nome. Alcuni termini accadici ben attestati sono:
- manzāzu, la «Presenza», un solco sul lobo sinistro;
- padānu, il «Sentiero»;
- bāb ekalli, la «Porta del palazzo»;
- danānu, la «Forza»;
- martu, la cistifellea.
Ogni zona veniva esaminata per forma, colore, presenza di segni, fori o escrescenze. Un segno sul lato destro riguardava in genere chi consultava; sul lato sinistro il nemico. Questa logica di destra e sinistra è uno dei principi più stabili della divinazione mesopotamica.
| Zona | Nome tradotto | Ambito simbolico |
|---|---|---|
| manzāzu | Presenza | stabilità della posizione |
| padānu | Sentiero | cammino, spedizione |
| bāb ekalli | Porta del palazzo | potere e accesso |
I modelli di argilla di Mari
Una delle scoperte archeologiche più importanti per questa disciplina è un gruppo di modelli di fegato in argilla trovati nel palazzo di Mari, sull'Eufrate, nell'attuale Siria, databili all'inizio del II millennio a.C. I modelli riproducono fegati con segni particolari e portano iscrizioni che collegano quella configurazione a un evento storico, come una rivolta o la sorte di un re.
Questi oggetti avevano probabilmente una funzione didattica e di archivio: servivano a conservare la memoria di un presagio e a insegnarlo ai futuri indovini. Un altro celebre modello d'argilla, conservato al British Museum, è diviso in decine di caselle con brevi presagi, come una mappa annotata.
La serie Bārûtu
Nel I millennio a.C. il sapere degli indovini fu sistemato in una grande serie canonica chiamata Bārûtu, «l'arte del bārû», composta da numerose tavolette organizzate per parti del fegato e degli altri organi. I presagi seguono la forma condizionale tipica della divinazione mesopotamica: «Se il Sentiero è doppio, allora…». È una scrittura che assomiglia a quella delle leggi, e non a caso: in entrambi i casi si tratta di stabilire una relazione certa fra un segno e una conseguenza.
Dall'Eufrate all'Italia
L'epatoscopia non rimase confinata in Mesopotamia. Modelli di fegato sono stati trovati anche a Ugarit e in altri siti del Levante e dell'Anatolia. In Italia, il celebre fegato di Piacenza, un modello in bronzo etrusco ritrovato nel 1877 nelle campagne piacentine, è diviso in caselle con nomi di divinità. Il legame storico preciso fra la tradizione etrusca degli aruspici e quella babilonese è ancora discusso, ma la somiglianza dell'idea è evidente.
Una lettura simbolica
Per i Babilonesi il fegato era la sede della vita e delle emozioni profonde. Leggere il fegato significava leggere il cuore nascosto del mondo. Nella tradizione ermetica questa idea di un microcosmo in cui si riflette il macrocosmo ha avuto una lunga fortuna, e l'epatoscopia ne è forse una delle prime espressioni concrete.
In sintesi
- L'epatoscopia era la forma più prestigiosa di divinazione in Mesopotamia.
- Il bārû poneva domande precise a Šamaš e Adad prima del sacrificio.
- Il fegato era diviso in zone con nomi come Presenza, Sentiero e Porta del palazzo.
- I modelli d'argilla di Mari collegavano segni del fegato a eventi storici.
- La tecnica arrivò nel Levante e trova un parallelo nel fegato etrusco di Piacenza.